Il rapporto tra impresa sociale e volontariato: dalle comuni origini ai percorsi divergenti
Da un’articolo sulla rivista Impresa Sociale, una riflessione sulle dinamiche di sviluppo di ciò che una volta era visto come un unico “corpo agente“, in una società che abbandonava sempre più velocemente – di fatto – il modello dello stato sociale come forma organizzativa in grado di dare una risposta ai bisogni dei cittadini.
Il Terzo Settore Imprenditoriale (nel nostro paese, solitamente organizzato sotto forma di cooperativa sociale) e il Terzo Settore in formato Associativo (OdV, Aps e altri enti associativi) derivano da una fonte comune ed hanno entrambe radici storiche nei movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Una parte considerevole delle imprese sociali – in particolare quelle con una storia più lunga – origina, infatti, da evoluzioni di iniziative volontaristiche, che a un certo punto hanno percepito la necessità di organizzarsi come impresa.
Tuttavia, come è noto, le traiettorie evolutive di questi fenomeni si sono in un certo momento distaccate, a causa soprattutto di dinamiche storiche globali, che hanno impresso un volto nuovo al mondo. Un mondo dove l’idea di stato sociale di stampo europeo (ed il suo seppur lontano riferimento ad un qualcosa che potesse portare alla mente la parola “comunismo”), ha iniziato ad essere ridimensionata come forma di organizzazione sociale (in seguito al “crollo del muro di Berlino” del 1989). Come punto di svolta simbolico di questo nuovo percorso – anche se in realtà già all’epoca il Terzo settore imprenditoriale in forma cooperativa aveva acquisito una propria identità – possiamo identificare il 1991, con le importanti leggi che hanno riconosciuto e regolamentato il volontariato e la cooperazione sociale. L’idea politica italiana è stata quella di dare forma a due soggetti simili negli obiettivi, ma differenti nel modo in cui tali obiettivi venivano raggiunti. Una decisione, sotto molti aspetti, lungimirante, che ha consentito di sviluppare in modo chiaro due distinti orientamenti del Terzo settore italiano, evidenziando in particolare l’attitudine imprenditoriale delle cooperative sociali.
Non esiste uno studio, una verifica di cosa sarebbe successo se, anziché avere due soggetti – uno composto quasi interamente da volontari e l’altro con una base sociale multistakeholder, ma sempre a rischio, per simmetria, di focalizzarsi solo sulla partecipazione dei lavoratori – lo sviluppo del Terzo settore (del dopo ’89) fosse fondato sul tentativo di costruire una grande rete di organizzazioni multistakeholder. La storia non si costruisce con i “se”, e nel 1991 le cooperative sociali e le organizzazioni di volontariato furono regolate dalle leggi 381/1991 e 266/1991, che distinguevano tra la predominanza di volontari (OdV) e la loro minoranza (cooperative sociali); questa ultima previsione portò, tra l’altro, molte cooperative sociali a cercare soluzioni (come la creazione di organizzazioni di volontariato “parallele” alla cooperativa) per rispettare tale obbligo. Successivamente, come esposto in modo dettagliato nel contributo successivo di Scalvini, il panorama fu arricchito dal riconoscimento, tramite la legge 383/2000, di un ulteriore attore di notevole importanza, rappresentato dalle Associazioni di Promozione Sociale, le quali tendono anch’esse a un assetto volontaristico, pur non essendo privi di ambiti più o meno marginali per sviluppare attività economiche.
Di fatto però nel corso degli anni, questi attori hanno sviluppato culture organizzative e identità uniche e non sembra improbabile il pericolo che, sebbene formalmente partecipino a un processo di convergenza sotto l’etichetta comune di ente di Terzo settore, le varie parti evidenzino oggi (oramai, così come organizzate finora) maggiormente le differenze rispetto ai tratti comuni. Esiste una tensione sottile tra queste diverse anime del Terzo settore, che talvolta collaborano e altre volte mostrano diffidenze reciproche: il volontariato e l’associazionismo a volte vedono la cooperazione sociale come un soggetto che ha dimenticato la valenza politica delle sue azioni, mentre le cooperative sociali a volte considerano il volontariato uno strumento per politiche ingiuste di contenimento della spesa nel welfare, corresponsabili dello sfruttamento del lavoro sociale.
Nella realtà se si analizzano i “freddi” dati statistici dei due tipi di organizzazioni si nota come l’orientamento verso il mercato diventa una caratteristica prevalente in entrambi i casi. E se si potesse “andare al di là dei dati” si scoprirebbe una confluenza forse anche maggiore verso un unico modo di operare che è quello di essere “profit-oriented” nonostante le apparenze. Ciò probabilmente è conseguenza del suddetto processo di cambiamento politico a livello globale che influenza ovviamente le politiche settoriali anche a livello locale.
Le sfide comuni
In sintesi, da un lato ci sono due percorsi evolutivi che si separano oltre trent’anni fa e che danno origine a culture organizzative, visioni del proprio ruolo sociale e approcci gestionali distinti, non senza occasionali diffidenze reciproche; dall’altro, emergono dati che attestano aree di intersezione significative e durature.
E, guardando al futuro, entrambi i soggetti sono sottoposti a tensioni di cambiamento importanti e per certi versi simili. Sia l’impresa sociale che l’associazionismo si confrontano con giovani generazioni poco disposte ad essere collocate in schemi tradizionali, che vedono l’impegno in modi meno totalizzanti e più attenti ad altri aspetti della vita, ponendo fortemente priorità – ambientali e climatiche, rispetto delle diversità e non discriminazione, ecc. – che non sempre si allineano con la sensibilità delle organizzazioni attuali, ecc. In altre parole, sia l’associazionismo sia l’impresa sociale sono invitati a rivedere strutture consolidate per rispondere alle sensibilità delle nuove generazioni e a fare i conti con fenomeni di impegno sociale – a volte sporadico e fluido – che si sviluppano al di fuori dei tradizionali canali organizzativi.
Allo stesso tempo, esistono situazioni che incoraggiano il Terzo settore imprenditoriale e associativo a esplorare nuove possibili collaborazioni: si pensi all’amministrazione condivisa, dove esperienze positive vedono l’integrazione nella progettazione e gestione di diversi attori del Terzo settore, oppure all’accento su aspetti come la comunità e la prossimità, che favoriscono l’interazione tra lavoro professionale e volontario, tra dimensione strutturata e attivazione comunitaria.

