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La crisi della professione infermieristica

23 Mar 2026 | News

La crisi della professione infermieristica: una cartina di tornasole di un SSN sempre più marginalizzato in un mondo neoliberista.

Un articolo di Wired inspira queste considerazioni, basate su osservazioni della realtà, molto più che derivanti da posizioni ideologiche dogmatiche.

Un dato innanzitutto

“Il numero di infermieri dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che lasciano volontariamente il posto di lavoro è in costante aumento dal 2016, con un’accelerazione significativa nel biennio pandemico 2020-2021 e una vera e propria impennata nel 2022. Il risultato è una perdita strutturale di oltre 10mila infermieri all’anno“.

“Nel periodo 2020-2022 hanno lasciato il SSN 16.192 infermieri. Dall’ultimo report della Fondazione Gimbe si evidenzia un altro dato allarmante, relativo alle 42.713 cancellazioni di infermieri dall’albo della Fnopi (Federazione nazionale ordini delle professioni infermieristiche, fondamentale per esercitare la professione), avvenuto in quattro anni, di cui 10.230 solo nel 2024. Le ragioni sono molteplici: pensionamenti, trasferimenti all’estero e, come già sottolineato, dimissioni volontarie dalla professione. I dati raccontano chiaramente che il “posto fisso” non rappresenta più la condizione sufficiente per restare nel sistema: stress cronico, carichi di lavoro insostenibili, stipendi inadeguati e demansionamento stanno spingendo un numero crescente di professionisti a rifiutare il lavoro dipendente”.

Contemporaneamente…si osserva tale fenomeno: nel primo semestre del 2025, le iscrizioni all’Enpapi – l’Ente previdenziale degli infermieri liberi professionisti – hanno registrato un aumento del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Un segnale netto di disaffezione verso le aziende ospedaliere del SSN

Ma questo segnale di disaffezione sarà forse una delle conseguenze di un trend storico, che però negli ultimi venti/trenta anni sta assumendo l’aspetto di un cambiamento epocale? E questo cambiamento epocale sarà forse animato da una visione politica globale risultante da una delle più devastanti “rivoluzioni borghesi” dopo quella partita in Inghilterra a fine ‘700? Il cosiddetto neoliberismo sta forse concludendo la sua opera sul pianeta facendo piazza pulita di tutto ciò che restava dello stato sociale, come forma di compartecipazione civile alle fatiche da compiere per avere un livello minimo soddisfacente di coesione sociale?

L’articolo di Wired conclude ponendo una domanda:

“Ogni infermiere che lascia il SSN non rappresenta solo una perdita numerica ma la dispersione di esperienza sul campo e investimento formativo che difficilmente verranno recuperati. La domanda, a questo punto, è inevitabile: possiamo davvero permetterci che la mancanza di visione e l’inadeguatezza del comparto dirigenziale continuino a spingere risorse preziosissime fuori dal servizio sanitario pubblico?”

La disaffezione verso il SSN viene lungamente spiegata nell’articolo adducendo come cause stipendi bassi e turni pesanti ma soprattutto il demansionamento. Ciò sarebbe frutto anche di riforme legislative introdotte negli ultimi anni che avrebbero trasformato il lavoro di infermiere in una professione intellettuale. La conseguenza sarebbe quella di vedere l’infermiere come una figura sussidiaria del medico. Cosa che potrebbe liberare energie umane e ridurre tempi e costi dell’operatività del SSN. Ma ciò non accade. Wired descrive un esempio di ciò che potrebbe accadere se gli infermieri fossero messi davvero in grado di svolgere i compiti per i quali si formano.

“Immaginiamo un infermiere di famiglia con un master in cure primarie territoriali che conosce perfettamente le esigenze dei pazienti cronici, la gestione delle terapie domiciliari e l’uso di ausili (dispositivi per la mobilità, presidi per la deglutizione). Se il quadro normativo lo riconoscesse pienamente quell’infermiere potrebbe valutare direttamente il paziente a casa, prescrivere e fornire gli ausili necessari senza dover passare dal medico di famiglia. A livello pratico, il paziente risparmierebbe delle inutili attese e verrebbero ridotti i ricoveri evitabili.”

E prosegue dicendo…

“Il sistema spende migliaia di euro l’anno per pazienti cronici che fanno accessi impropri al pronto soccorso. Una presa in carico infermieristica avanzata ridurrebbe drasticamente le urgenze e i ricoveri ed il risultato sarebbe un risparmio netto di molte migliaia di euro per paziente all’anno. Estrapolando dati dai Drg (Diagnosis Related Group) da Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, e dal ministero della Salute il risparmio netto per paziente all’anno potrebbe andare dai tremila ai settemila euro. Proviamo a moltiplicarli, ipoteticamente, per i malati cronici in Italia che, ad oggi, sono 24 milioni (circa il 40,5% della popolazione italiana). Utilizzare male gli infermieri è quindi controproducente anche per la sostenibilità del servizio sanitario nazionale stesso”.

Le attività infermieristiche sarebbero state “nobilitate” perché il sistema avrebbe dovuto ricorrere all’impiego di un certo numero di OSS, che avrebbero dovuto coadiuvare gli infermieri. “L’operatore socio-sanitario (Oss) è una figura di supporto che fornisce assistenza di base a persone non autosufficienti in ambito sanitario e sociale, aiutandole nei bisogni primari come igiene, vestizione, alimentazione e mobilità, e collaborando con gli infermieri e tutta l’equipe per favorire il benessere e l’autonomia”. Ma tutto ciò non avviene perché in realtà il lavoro dell’infermiere resta quello di una persona chiamata ad occuparsi di tutta una serie di attività legate alla cura della persona, così come sempre stato, anche prima della trasformazione di tale lavoro in una “professione intellettuale”. Il sempre minore livelli di risorse economiche a disposizione del SSN (a causa di quella visione politica di cui sopra) fa si che le strutture siano di fatto sempre carenti di personale. E quindi dato il basso numero di OSS spesso gli infermieri sono chiamati a svolgere compiti non attribuibili a loro. Da quì i diversi casi di demansionamento che però poi non vengono neanche denunciati in quanto l’Italia è uno dei Paesi Ocse con il più alto livello di comportamenti incivili dovuti essenzialmente ad ignoranza diffusa. Il che significa accettazione diffusa di comportamenti illegali.

Sempre da Wired:

“Parlando di numeri, la crisi degli infermieri viene resa ancora più chiara. In Italia, infatti, gli infermieri sono pochi rispetto a quello che serve. Nel 2023, quelli impiegati nel servizio sanitario pubblico e coperti dal contratto nazionale sono 277.164. In media, significa 4,7 infermieri ogni 1.000 abitanti, con differenze territoriali marcate: 3,53 in Sicilia, 6,86 in Liguria. Tradotto: a parità di bisogno di cura, il carico di lavoro cambia drasticamente da regione a regione. Se si guarda al confronto internazionale, il quadro si fa ancora più netto. Secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che includono tutti i professionisti attivi, in Italia ci sono 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti. La media dei paesi Ocse è 9,5, quella europea 8,5. In altre parole, l’Italia (in media – n.d.r.) lavora stabilmente con due o tre infermieri in meno ogni mille persone rispetto ai paesi con cui si confronta”. In sostanza dove più forte è la disaffezione verso le leggi e l’organizzazione dello Stato è più carente (storicamente le regioni del sud) si vede il dato evidente: 3,53 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro la media dei Paesi Ocse di 9,5.

L’articolo cita tanti altri casi ed effettua altri ragionamenti che non fanno altro che confermare la visione prevalente, e cioè quella di un servizio pubblico sempre più debole e marginalizzato. A causa di ciò, chi vuole fare l’infermiere deve vedere se stesso sempre più come un professionista, che se vuole avere un livello decente di retribuzione e condizioni di lavoro, deve imparare a svolgere anche il ruolo di “manager di sé stesso”. Cioè quell’imparare a “vendersi” che diventa regola anche in un mondo sanitario sempre più “neoliberalizzato”. Un’allontanamento ed uno svuotamento di significato e di senso di un lavoro che dovrebbe avere al centro delle proprie attenzioni la cura della persona e non il riuscire a trovare “collocazione felice”. Un SSN efficace e gestito nell’interesse generale libererebbe l’infermiere (così come tutti gli altri operatori del settore) da tutta una serie di incombenze che poco hanno a che fare con la cura della persona, rendendo un servizio migliore al paziente.

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