Il progetto RunChallenge: da Milano a Helsinki, la corsa diventa comunità e abbatte le barriere
Tratto da un articolo pubblicato su vita.it
Unire le forze nell’allenamento può trionfare sulla solitudine e favorire il senso di appartenenza. Ne è un esempio l’iniziativa RunChallenge, nata in Lombardia e che ha lasciato il segno in diverse metropoli italiane ed europee. Il viaggio è stato esaminato in uno studio della SDA Bocconi, guidato da Giuliana Baldassarre e Francesco Vidè, che ne ha rivelato l’influenza e i vantaggi rivoluzionari. Qual è il segreto del suo successo? Un framework elegante e inclusivo che può adattarsi agli ambienti locali preservando la sua essenza fondamentale.
Lo sport trascende la semplice attività fisica. Serve da porta verso l’illuminazione: emerge una connessione tra gli individui e il loro io fisico, promuovendo il cameratismo e coltivando uno spirito di accoglienza. Esiste una struttura a cui aderire, un mentore che illumina il percorso di sviluppo e vi accompagna durante tutta la spedizione. Fare sport non implica solo che tutti si impegnino per raggiungere l’apice del successo. Per alcuni, funge da chiave per sbloccare varie opportunità: creare legami con i colleghi per coloro che hanno subito atti di bullismo, promuovere l’emancipazione e l’indipendenza delle persone con disabilità e facilitare l’acquisizione della lingua e l’integrazione sociale per le persone con una storia migratoria, ad esempio. Questo fondamentale valore inclusivo dello sport è evidenziato da uno studio di Giuliana Baldassarre e Francesco Vidè, professori e ricercatori dell’area Governance, salute e non profit di Sda Bocconi. Al cuore della ricerca, un’iniziativa originale, emersa circa dieci anni fa nella città milanese. È RunChallenge, un’iniziativa con un fine: rendere l’esercizio fisico fruibile a tutti: individui di ogni genere, capacità e grado di preparazione, che siano o meno provenienti da percorsi migratori o esperienze di vulnerabilità. Il concetto è intuitivo e perciò efficace: allenamenti settimanali dove si corre – o si passeggia o si partecipa in sedia a rotelle con un “assistente volontario” –, condotti da istruttori qualificati. I ricercatori hanno monitorato lo sviluppo – in Italia e all’estero – dell’iniziativa, hanno esaminato il contesto e hanno intervistato partecipanti, organizzatori, collaboratori.
La storia del progetto: da Milano all’Europa
Il progetto è nato all’interno di Playmore!, un ente no profit fondato nel 2010 in un impianto sportivo nel quartiere milanese Moscova, dove individui con e senza fragilità si esercitano insieme. Il esito di RunChallenge? Un cambiamento evidente nella vita delle persone interessate. «Stando in un centro ho sentito numerosi genitori affermare che i loro bambini con disabilità avevano fatto enormi progressi da quando si esercitavano lì», riferisce Baldassarre. «Una madre mi ha riferito che le domandavano se sua figlia avesse cambiato trattamento, poiché era notevolmente migliorata. Invece aveva appena avviato un’attività sportiva. A un certo momento la ragazza le ha chiesto di non accompagnarla: desiderava agire senza aiuto. È un momento significativo di potenziamento: sei in un gruppo dove non ti senti distinto dagli altri, sei con i tuoi coetanei. RunChallenge ha avuto origine in Lombardia, ma adesso è presente in 14 città. Numerose sono italiane, ma tramite un bando Erasmus +, il progetto è giunto anche all’estero: a Bratislava, a Salonicco, a Madrid, a Maiorca e a Helsinki. Territori assai differenti, nei quali si è dovuto ricercare – e si è ottenuto – un bilanciamento tra uniformità e adeguamento alle peculiarità locali. In Finlandia, ad esempio, durante i mesi più freddi si gareggia al coperto.

Quando profit e non profit si alleano
All’estero, il progetto è partito grazie all’attività di partner locali, con i quali è stato avviato un modello di “social franchising”, un approccio organizzativo che adatta le modalità del franchising commerciale per riprodurre e amplificare iniziative ad elevato impatto sociale, che combina la capacità di replicare pratiche efficaci con la necessità di modificarle in base alle esigenze locali, sociali e culturali. Il profit supporta il non profit in un sistema interconnesso: la sostenibilità economica è fondamentale per rendere operativo il progetto. Perciò, nelle realtà interessate – con Playmore! in prima linea – sono disponibili corsi a pagamento per chi è in grado di sostenerne il costo, i quali aiutano a coprire le iscrizioni per coloro che non possono permetterselo, insieme ai progetti gratuiti come RunChallenge. Tuttavia, ci sono anche le aziende che scelgono di sponsorizzare e sostenere le attività inclusive – oltre a coinvolgere i loro dipendenti nell’iniziativa – insieme all’attività di raccolta fondi.
I punti di forza di RunChallenge
Quali sono, secondo lo studio degli insegnanti della Bocconi, i fattori che hanno reso possibile il trionfo di RunChallenge? «Si tratta di un progetto facile, che richiede pochi strumenti: chiunque può partecipare», chiarisce la professoressa. «Non occorre disporre di significative risorse finanziarie o di strumenti elaborati. Contemporaneamente, tuttavia, l’iniziativa è gestita con altissima professionalità e con un approccio rigoroso. C’è un incontro settimanale, che si presentino due persone o che siano 50. A Bratislava, al terzo appuntamento pioveva, non si è fatto vedere nessuno. Il rappresentante del partner locale ha affermato che si sono demoralizzati e sono tornati indietro; in verità, però, è fondamentale restare, essere presenti, garantire continuità e dimostrare che c’è sempre qualcuno che attende. E apparire in pubblico. Chi partecipa a RunChallenge si distingue grazie alla maglietta rossa con il logo del progetto, suscitando curiosità ma soprattutto creando identità ed engagement. Attualmente, dopo quasi un anno, il punto Run Challenge di Bratislava ha un gruppo di allenamento fisso di oltre 20 persone.
Un ulteriore fattore cruciale riguarda le abilità degli allenatori: non si può fare tutto da soli, è necessario essere formati, non solo sotto l’aspetto sportivo, ma anche per quanto concerne l’inclusività. «Potrei trovarmi di fronte a qualcuno che non desidera comunicare, che non vuole muoversi», prosegue Baldassarre, «devo essere pronto e sapere come motivarla. Non basta avere passione per lo sport, è necessario avere anche passione per lo sport praticato in questo modo. In merito alla formazione, è essenziale il trasferimento di conoscenze e la rete che si sviluppa: idee originate in Finlandia, ad esempio, sono state trasferite in Grecia e questo è accaduto anche in altre nazioni.
Se il progetto è facile non implica che sia insignificante. «Presenta delle conseguenze straordinarie», conclude Baldassarre. «Abbiamo conversato con genitori che ci hanno riferito che il loro figlio non usciva mai, ma quando ha cominciato a instaurare una relazione fissa ha migliorato anche i legami in altri ambiti. Altri partecipanti hanno riferito di essere appena giunti a Milano, si sentivano trasparenti, distaccati dalla realtà. In seguito, hanno ricevuto il cuoricino rosso di RunChallenge, contenente l’indirizzo e l’orario del primo incontro settimanale. “Si sono resi conto che c’era qualcuno che notava la loro presenza.”

