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La tassonomia sociale europea

26 Ago 2026 | News

La tassonomia sociale europea: una nuova infrastruttura semantica per finanziare l’economia sociale

Dalla finanza sostenibile alla finanza per il bene comune

La transizione verso un’economia sostenibile non può essere misurata soltanto attraverso la riduzione delle emissioni, l’efficienza energetica o la tutela della biodiversità. Una trasformazione realmente sostenibile deve essere anche socialmente inclusiva, capace di ridurre le disuguaglianze, creare occupazione di qualità, garantire l’accesso ai servizi essenziali e rafforzare la coesione delle comunità.

È proprio in questo spazio che si colloca la tassonomia sociale europea: l’idea di costruire un sistema comune di classificazione delle attività economiche in grado di identificare quelle che producono un contributo significativo agli obiettivi sociali.

La questione è particolarmente rilevante per le imprese sociali e, più in generale, per l’economia sociale. Cooperative, imprese sociali, mutue, fondazioni e altre organizzazioni che pongono finalità sociali al centro della propria attività rappresentano una componente significativa dell’economia europea. Secondo la Commissione europea, nell’Unione operano oltre 4,3 milioni di organizzazioni dell’economia sociale, che generano almeno 11,5 milioni di posti di lavoro, pari a circa il 6,3% dell’occupazione complessiva.

Il problema, tuttavia, è che il sistema finanziario non sempre riesce a riconoscere adeguatamente il valore economico e sociale prodotto da queste organizzazioni.

Che cos’è la tassonomia sociale

La tassonomia europea nasce originariamente come sistema comune per definire quali attività economiche possano essere considerate ambientalmente sostenibili. Il suo obiettivo è creare un linguaggio condiviso tra imprese, investitori e intermediari finanziari, favorendo la mobilitazione di capitali verso attività coerenti con gli obiettivi di sostenibilità e riducendo il rischio di greenwashing.

La social taxonomy rappresenterebbe l’estensione di questa logica alla dimensione sociale.

La Platform on Sustainable Finance della Commissione europea ha pubblicato nel 2022 un rapporto dedicato proprio alla tassonomia sociale, proponendo una possibile struttura per identificare investimenti capaci di produrre risultati sociali positivi. Il rapporto sottolineava la necessità di definire con maggiore chiarezza cosa debba essere considerato un investimento sociale, anche alla luce della crescente domanda di strumenti come i social bond destinati, ad esempio, all’edilizia sociale, alla sanità e all’occupazione.

È importante precisare che questo rapporto costituisce una proposta tecnica e non una tassonomia sociale europea già vigente. La Commissione continua infatti a sviluppare e aggiornare il più ampio quadro della finanza sostenibile attraverso la Platform on Sustainable Finance.

La rilevanza del progetto, dunque, non sta soltanto nella creazione di una nuova classificazione. Sta soprattutto nella possibilità di costruire una infrastruttura informativa capace di collegare impatto sociale e allocazione del capitale.

Perché le imprese sociali hanno bisogno di una tassonomia specifica

Le imprese sociali operano spesso in settori nei quali il valore prodotto non viene adeguatamente catturato dai tradizionali indicatori finanziari.

Un’impresa che gestisce servizi per persone fragili, una cooperativa che favorisce l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, un’organizzazione che sviluppa abitazioni sociali o una realtà che offre servizi educativi può generare un forte valore collettivo anche quando presenta margini economici inferiori rispetto a imprese operanti esclusivamente secondo logiche commerciali.

Questo genera una difficoltà strutturale nell’accesso al capitale.

Il sistema finanziario tende infatti a valutare soprattutto redditività, crescita, rischio e capacità di rimborso. Questi indicatori rimangono indispensabili, ma non descrivono completamente il valore di un’attività che produce contemporaneamente ritorno economico e impatto sociale.

Una tassonomia sociale potrebbe contribuire a colmare questa distanza attraverso criteri comuni e verificabili.

L’obiettivo non dovrebbe essere quello di stabilire che un’impresa sociale è automaticamente un investimento sostenibile. Sarebbe una semplificazione pericolosa. La forma giuridica, da sola, non garantisce infatti l’impatto.

Il principio dovrebbe essere diverso: misurare ciò che l’impresa fa, per chi lo fa e con quali risultati.

In questo modo, un investitore potrebbe individuare più facilmente le attività economiche che contribuiscono concretamente a obiettivi sociali, indipendentemente dalla loro forma societaria.

Dalla forma giuridica all’impatto sociale

Questo punto è decisivo.

La tassonomia sociale dovrebbe evitare di diventare semplicemente un registro delle imprese sociali. Un’impresa costituita come cooperativa o impresa sociale può produrre risultati sociali molto diversi da un’altra organizzazione appartenente alla stessa categoria.

La classificazione dovrebbe quindi concentrarsi su almeno tre dimensioni:

1. Il contributo sociale dell’attività.
L’impresa deve svolgere un’attività capace di contribuire a obiettivi sociali riconoscibili: accesso ai servizi essenziali, inclusione, occupazione, formazione, salute, abitazione, riduzione delle disuguaglianze o altri bisogni sociali.

2. I destinatari del beneficio.
Occorre identificare chi beneficia dell’attività: lavoratori, persone vulnerabili, comunità locali, consumatori, cittadini privi di adeguato accesso a determinati servizi.

3. La qualità e la misurabilità dell’impatto sociale.
Il beneficio sociale dovrebbe essere sostenuto da indicatori verificabili, evitando che il concetto di impatto diventi esclusivamente narrativo o reputazionale.

Questa impostazione permetterebbe di superare una delle principali debolezze della finanza ESG: la difficoltà di distinguere tra una reale produzione di valore sociale e una semplice dichiarazione di intenti.

Un possibile volano per la finanza a impatto sociale: un’infrastruttura semantica comune

Una tassonomia sociale efficace potrebbe trasformare il modo in cui il capitale privato guarda alle imprese sociali.

Oggi un investitore interessato all’impatto sociale deve spesso costruire autonomamente criteri, metriche e procedure di valutazione. La frammentazione aumenta i costi di analisi e rende più difficile confrontare investimenti differenti.

Un linguaggio europeo condiviso potrebbe ridurre questi costi.

Banche, fondi di investimento, assicurazioni, fondazioni, investitori istituzionali e intermediari specializzati potrebbero utilizzare la nuova tassonomia come punto di riferimento per identificare attività con specifiche caratteristiche sociali.

Si potrebbe così sviluppare una filiera finanziaria composta da:

  • fondi di investimento a impatto sociale;
  • social bond e strumenti obbligazionari collegati a obiettivi sociali;
  • finanziamenti bancari con condizioni legate a indicatori di impatto sociale;
  • garanzie pubbliche per ridurre il rischio degli investimenti;
  • strumenti di equity e quasi-equity dedicati alle imprese sociali;
  • fondi europei e nazionali orientati alla social innovation;
  • strumenti di blended finance capaci di combinare capitale pubblico e privato.

La tassonomia sociale, in questo scenario, sarebbe l’infrastruttura semantica comune che consente agli strumenti finanziari di riconoscere e valorizzare l’impatto sociale.

Il problema del costo del capitale

Per le imprese sociali la questione dell’accesso al capitale è particolarmente importante.

Molte di queste organizzazioni sono piccole o medie, hanno strutture patrimoniali limitate e operano in mercati nei quali una parte importante dei ricavi dipende da contratti pubblici, convenzioni o sistemi di welfare.

La Commissione europea riconosce infatti la necessità di rendere la finanza sostenibile più accessibile alle PMI e di sviluppare strumenti più semplici e utilizzabili.

Una tassonomia sociale dovrebbe quindi essere progettata con particolare attenzione alle piccole imprese.

Se la misurazione dell’impatto richiedesse procedure troppo complesse e costose, il risultato potrebbe essere paradossale: gli strumenti creati per favorire le imprese sociali finirebbero per essere accessibili soprattutto alle organizzazioni più grandi e strutturate.

La soluzione potrebbe essere un sistema proporzionato, nel quale gli indicatori richiesti dipendano dalla dimensione dell’impresa e dalla natura dell’attività, mantenendo però criteri sufficientemente rigorosi da garantire credibilità al mercato.

Non soltanto imprese sociali

Un altro elemento fondamentale è evitare una contrapposizione artificiale tra economia tradizionale ed economia sociale.

La tassonomia sociale potrebbe infatti identificare attività socialmente sostenibili realizzate da soggetti diversi: imprese sociali, cooperative, imprese tradizionali, enti pubblici o partnership tra pubblico e privato.

Questo consentirebbe di premiare l’impatto prodotto, anziché esclusivamente la forma organizzativa.

Per le imprese tradizionali, inoltre, la tassonomia potrebbe diventare un incentivo a sviluppare nuovi modelli di business orientati alla soluzione di problemi sociali.

Per le imprese sociali, invece, rappresenterebbe un’opportunità per rendere più visibile al mercato finanziario un valore che spesso rimane invisibile nei bilanci.

La sfida della misurazione

La vera partita della tassonomia sociale si giocherà probabilmente sulla qualità degli indicatori.

Misurare il carbon footprint di un’attività può essere complesso, ma esistono metodologie relativamente consolidate. Misurare la qualità di un servizio sociale, l’empowerment di una persona fragile, la riduzione dell’esclusione o il rafforzamento della coesione territoriale è molto più difficile.

Il rischio è duplice.

Da un lato, una misurazione troppo semplice potrebbe produrre fenomeni di social washing, cioè la presentazione di un’attività come socialmente sostenibile senza un impatto realmente significativo.

Dall’altro, criteri eccessivamente sofisticati potrebbero rendere la tassonomia inutilizzabile per migliaia di piccole organizzazioni.

La soluzione dovrebbe essere un equilibrio tra rigore, proporzionalità e verificabilità.

In questo senso, la tassonomia sociale dovrebbe essere accompagnata da standard di reporting, indicatori comprensibili e sistemi di verifica indipendente, evitando di creare un nuovo apparato burocratico sproporzionato.

Un ponte tra capitale pubblico e capitale privato

La tassonomia potrebbe avere un ruolo particolarmente importante nel rapporto tra finanziamento pubblico e privato.

Molte attività dell’economia sociale producono benefici collettivi che non possono essere remunerati integralmente dal mercato. È quindi improbabile che il capitale privato, da solo, possa finanziare tutta la transizione sociale.

Il ruolo del settore pubblico rimane fondamentale attraverso sovvenzioni, garanzie, incentivi fiscali, procurement sociale e strumenti di investimento pubblico.

La tassonomia potrebbe però permettere di utilizzare meglio queste risorse, perché offrirebbe un linguaggio comune per combinare capitale pubblico e privato.

È la logica della blended finance: il capitale pubblico può assumere una parte del rischio iniziale, mentre il capitale privato viene mobilitato per ampliare la scala dell’investimento.

In questo modello, una tassonomia sociale credibile potrebbe diventare un elemento di connessione tra politiche sociali, politica industriale e mercato dei capitali.

La dimensione europea

La costruzione di criteri comuni avrebbe anche un importante valore politico.

L’economia sociale europea è estremamente diversificata e comprende cooperative, mutue, associazioni, fondazioni e imprese sociali con differenti forme giuridiche e modelli di governance.

La Commissione europea ha recentemente sottolineato il ruolo dell’economia sociale nella competitività, nell’occupazione, nell’inclusione e nella resilienza europea.

Un quadro europeo condiviso potrebbe quindi favorire la circolazione degli investimenti oltre i confini nazionali.

Un fondo francese potrebbe, per esempio, individuare un’impresa sociale italiana utilizzando criteri comparabili a quelli applicati a un’organizzazione tedesca o spagnola. Questo ridurrebbe le asimmetrie informative e potrebbe contribuire alla creazione di un vero mercato europeo della finanza sociale.

Non si tratterebbe soltanto di finanziare più imprese sociali, ma di creare le condizioni perché possano crescere, innovare e replicare i propri modelli.

Dalla tassonomia alla trasformazione del mercato

La tassonomia sociale, dunque, dovrebbe essere considerata non come un esercizio classificatorio, ma come uno strumento di trasformazione del mercato finanziario.

Il suo successo dipenderà dalla capacità di rispondere a una domanda fondamentale: come possiamo fare in modo che il capitale riconosca il valore economico della soluzione dei problemi sociali?

La risposta non può consistere semplicemente nell’attribuire un’etichetta alle imprese.

Occorre costruire un ecosistema nel quale classificazione, misurazione dell’impatto, reporting, strumenti finanziari, garanzie pubbliche e domanda degli investitori siano collegati.

La tassonomia può essere il primo elemento di questo ecosistema.

Conclusione: finanziare ciò che costruisce valore sociale

La transizione europea non sarà realmente sostenibile se alla decarbonizzazione non corrisponderà una parallela capacità di affrontare disuguaglianze, esclusione, precarietà, accesso ai servizi e fragilità territoriali.

La finanza sostenibile deve quindi evolvere da una concezione prevalentemente ambientale verso una visione nella quale ambiente, società e buona governance siano componenti integrate della creazione di valore. La stessa Commissione europea definisce oggi la finanza sostenibile come l’integrazione dei fattori ambientali, sociali e di governance nelle decisioni finanziarie.

In questo processo, la tassonomia sociale può rappresentare una delle infrastrutture più importanti per trasformare l’impatto sociale in un elemento riconoscibile dal sistema finanziario.

Per le imprese sociali potrebbe significare maggiore accesso al credito, nuovi investitori, riduzione delle asimmetrie informative e possibilità di mobilitare capitali su scala europea.

Ma la vera ambizione dovrebbe essere ancora più ampia: creare un mercato nel quale finanziare un’impresa che produce inclusione, occupazione, salute, istruzione o coesione territoriale sia riconosciuto come un investimento economico e, nello stesso tempo, come un investimento nel futuro dell’Europa.

La tassonomia sociale avrebbe senso proprio se riuscisse a compiere questo passaggio: dal riconoscimento astratto dell’impatto alla capacità concreta di orientare il capitale verso chi crea valore per la società.

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