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Vantaggi per chi fa volontariato

5 Gen 2026 | News

Vantaggi per chi fa volontariato: riconoscimento per lavoro e studi, più punti nei concorsi

A partire dal 2026, le competenze acquisite attraverso attività di volontariato saranno ufficialmente riconosciute nel contesto lavorativo, formativo, scolastico e universitario. Questo nuovo riconoscimento rappresenta un passo significativo verso l’integrazione delle esperienze di volontariato nel percorso professionale e educativo degli individui.

Se sei già un volontario o stai considerando di dedicarti seriamente a una causa importante, oggi hai un motivo in più per farlo. A partire dal 2026, infatti, le competenze acquisite attraverso queste attività benefiche saranno ufficialmente riconosciute nel contesto lavorativo, formativo, scolastico e universitario. Questa rappresenta una piccola “rivoluzione” per il settore no-profit e per migliaia di studenti e lavoratori di tutte le età. Esploriamo insieme i requisiti necessari e le modalità per partecipare.

Parte il riconoscimento delle attività di volontariato: che cosa cambia dal 2026

Il provvedimento rappresenta la conclusione di un lungo processo di riforma del terzo settore, accompagnato da diverse normative. L’ultimo atto in questo contesto è il decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, firmato anche dai ministri dell’Istruzione e del Merito, dell’Università e Ricerca, e della Pubblica Amministrazione, pubblicato alla fine di ottobre. Secondo le nuove disposizioni, gli enti del terzo settore, che attualmente sono 136.311 iscritti al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, tra cui organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, enti filantropici, imprese e cooperative sociali, società di mutuo soccorso e reti associative, saranno i soggetti autorizzati a riconoscere le competenze acquisite dai volontari sul campo. Tuttavia, sarà necessario rispettare alcuni criteri specifici.

I requisiti per chiedere il riconoscimento delle competenze acquisite

In primo luogo, è necessario svolgere un’attività di volontariato della durata minima di 60 ore nell’arco di dodici mesi. Pertanto, per ottenere l’attestazione, non saranno accettate partecipazioni sporadiche a eventi benefici o la presenza limitata a una sola giornata di raccolta fondi.

In aggiunta, è fondamentale definire un progetto formativo per l’attività, noto come “patto di servizio”, affinché le competenze acquisite durante il percorso possano essere chiaramente delineate. Questo passaggio, che è già una prassi comune nel settore del no-profit, prevede un colloquio preliminare con il volontario per comprendere le sue aspirazioni e le aree in cui si sente maggiormente motivato a impegnarsi.

Il progetto personalizzato fornirà una descrizione dettagliata delle attività svolte e delle competenze acquisite. È prevista anche l’assegnazione di un tutor, scelto tra gli esperti del settore no-profit, che accompagnerà il volontario durante tutta la sua esperienza, fino al conseguimento dell’attestato finale, senza alcun onere per le finanze pubbliche.

Chi può chiederlo e per che cosa è ammesso

A partire da gennaio prossimo, un volontario attivo o chiunque desideri intraprendere questa esperienza avrà la possibilità di scegliere un ente del terzo settore (ETS) seguendo la procedura stabilita per ottenere il riconoscimento. È importante notare che sarà possibile attestare le competenze acquisite durante le attività di volontariato anche retroattivamente, a condizione di poter documentare quanto svolto secondo le indicazioni fornite (cioè descrivere le attività realizzate, il ruolo ricoperto, i compiti assegnati, le ore dedicate, le abilità utilizzate e le esperienze maturate). Ma quali competenze potranno essere ufficialmente riconosciute?

«Ci concentreremo sulle cosiddette “soft skills” e su quelle della persona» spiega Patrizia Bertoni, responsabile nazionale formazione del Forum Terzo Settore, principale organismo di rappresentanza in Italia. «Per esempio, la capacità di relazionarsi con gli altri, quella di coordinarsi e lavorare in gruppo, saper gestire un imprevisto e trovare una soluzione. E ancora, la necessità di prendere una decisione o “imparare ad imparare”, strategica nella carriera lavorativa di ognuno». 

L’iter per ottenerlo: come individuare, valutare e attestare le competenze

È compito del volontario selezionare un ente del terzo settore presso il quale effettuare il riconoscimento e presentare la propria richiesta. Ad esempio, se si opta per un impegno nella salvaguardia della natura attraverso un’associazione ambientalista, il volontario dovrà identificare un’attività specifica e, in collaborazione con il tutor assegnato, definire le azioni da intraprendere e i risultati attesi. Il supporto dell’esperto sarà fondamentale anche per valutare le competenze che il volontario ha dimostrato o sviluppato nel tempo, al fine di redigere l’attestato finale.

Nella pratica, si tratterà di una auto-dichiarazione del volontario (sempre con la supervisione del tutor) ma comprovata dall’ente, dunque valevole “erga omnes”.

Il riconoscimento delle competenze sarà successivamente archiviato e conservato, probabilmente in un cloud, per garantire la portabilità delle abilità in qualsiasi momento, contribuendo così all’occupabilità, uno degli obiettivi principali di questo intervento. Tuttavia, il terzo settore auspica che tale riconoscimento possa essere integrato nella carta d’identità digitale (CIE) o nel futuro portafoglio digitale europeo, per garantirne l’interoperabilità a livello europeo (EUDI Wallet).

Per quanto riguarda il contesto, una recente ricerca sulle competenze dei volontari, condotta dal Forum Terzo Settore e Caritas in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, ha identificato fino a undici tipologie di competenze trasversali attualmente utilizzate dai volontari nelle loro attività benefiche. Queste competenze spaziano dalla capacità di comunicare in modo efficace allo spirito di collaborazione, dalla gestione delle emozioni all’empatia, fino all’attitudine ad affrontare i cambiamenti e ad adattarsi. Non solo.

Gli ultimi dati forniti dall’Istat offrono un quadro dettagliato delle attività di volontariato, evidenziando come molte di esse siano paragonabili a professioni presenti nel mercato del lavoro. Ad esempio, un quarto dei volontari è coinvolto in attività qualificate nei servizi alla persona, occupandosi di bambini, anziani, malati e servizi di ristorazione. Inoltre, l’8% dei volontari si dedica a mansioni che richiedono competenze intellettuali e altamente specializzate, come medici, legali, docenti, comunicatori, musicisti e altri professionisti del settore culturale e informativo. Circa il 6% dei volontari ricopre ruoli in ambito amministrativo, come ufficio, segreteria e supporto nelle pratiche burocratiche.

Per quanto riguarda le attività tecniche, oltre un quarto dei volontari si impegna in vari ruoli nei servizi sociali (assistenti, mediatori, catechisti), nel turismo e nello sport (animatori, guide, istruttori), oltre a mansioni sanitarie. Vi sono anche volontari che si occupano della conduzione di veicoli o che svolgono attività manuali specializzate, come artigianato e agricoltura. Ma quali sono i benefici concreti derivanti dal riconoscimento formale delle competenze acquisite attraverso il volontariato?

Vantaggi pratici: uso nei concorsi pubblici, come titoli o elementi di merito

L’attestato avrà un valore aggiunto sia nei percorsi formativi che nei processi di selezione del personale e nei concorsi pubblici. “Come avviene per il servizio civile, questo si tradurrà in un punteggio extra,” afferma Bertoni del Forum Terzo Settore. «A parità di punteggio, inoltre, nel concorso pubblico sarà prescelto il candidato che ha fatto attività di volontariato».

Per quanto riguarda il settore privato, è già evidente che le aziende che si occupano di recruiting considerano favorevolmente gli impegni dei candidati nel campo del volontariato. Un’indagine condotta dall’Osservatorio volontariato – Dono e Agire gratuito in collaborazione con Ipsos rivela che un quarto degli intervistati ammette di essere stato motivato da questa esigenza: l’8% ha cercato di arricchire il proprio curriculum con esperienze extra, mentre un ulteriore 16% ha voluto sviluppare competenze aggiuntive. Queste percentuali aumentano tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, raggiungendo rispettivamente il 17% e il 27%. Spesso, ciò avviene perché non si presentano altre opportunità di formazione, e il volontariato si trasforma in un’occasione per mettersi alla prova.

Valore in ambito scolastico

A livello scolastico e universitario, il riconoscimento delle competenze acquisite attraverso il volontariato sarà trasformato in crediti formativi. Attualmente, agli studenti vengono generalmente attribuiti solo tre crediti per queste attività extra, equivalenti a quanto si riconosce per le attività di laboratorio. Tuttavia, l’obiettivo è quello di far riconoscere almeno 12 CFU, corrispondenti a un esame di un corso di laurea, o anche di più.

È importante notare che molte università hanno già avviato iniziative in questo senso. «Dal 2009 a oggi, abbiamo attivato tre diversi programmi di volontariato», spiega Marco Caselli, professore di Sociologia presso la facoltà di Scienze politiche e direttore del Centro di ateneo per la solidarietà internazionale dell’Università Cattolica. «Si tratta di esperienze di apprendimento, confronto e formazione. Ad esempio, gli studenti di medicina che partecipano come volontari all’estero. Stiamo cercando di organizzare queste attività durante l’estate, quando non ci sono lezioni in aula. Naturalmente, riconosciamo le attività svolte anche come crediti, ma questa decisione è presa a livello di singola facoltà e di singolo corso di laurea».

Costi-benefici per terzo settore e volontari

Per il mondo del no-profit non sono previsti finanziamenti pubblici per questo piano. Ma mettere in piedi un sistema di attestazione per avere valenza di contesto formativo richiede un certo sforzo, anche economico. Va messa a punto una procedura standard (anche a livello informatico) e uno spazio di archiviazione per garantire la portabilità dell’utente. Non ultimo, vanno rispettate le regole della privacy. Ma un volontario che sposa una causa è sempre accolto a braccia aperte.

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat, in Italia, il “volontariato” coinvolge quasi 4,7 milioni di persone che partecipano a attività di volontariato organizzato o forniscono aiuti diretti. Questo corrisponde al 9,1% della popolazione.

Il settore sta attraversando un periodo di significativa trasformazione. Sebbene negli ultimi anni si sia registrato un calo del numero di persone dedicate al volontariato (con una diminuzione del 3,6% a livello nazionale rispetto al 2013), si sta consolidando un gruppo di “super impegnati”. In particolare, si osserva una crescita rapida dei volontari “ibridi”, ovvero coloro che operano sia all’interno di organizzazioni e associazioni strutturate sia in modo autonomo, offrendo supporto diretto a chi si trova in difficoltà; attualmente, questo gruppo conta circa un milione di individui. Inoltre, quattro volontari su dieci rivelano di mantenere questo impegno da oltre dieci anni, dimostrando la presenza di un nucleo di persone costantemente motivate ad aiutare il prossimo. Si tratta di un “tesoro” prezioso che è fondamentale preservare.

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