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Volontariato di competenza

22 Giu 2026 | News

Volontariato di competenza: nel 2025 diecimila aziende in più rispetto al 2024 hanno coinvolto i propri collaboratori in attività di volontariato

Non si tratta solo di donazioni e raccolte fondi.

Sempre più aziende decidono di offrire al terzo settore forse il loro bene più prezioso, le competenze dei propri dipendenti.

Questo è il volontariato professionale, una forma di impegno che sta lentamente ma continuamente evolvendo e cambiando il rapporto tra imprese e organizzazioni non profit.

Il volontariato aziendale assume oggi forme sempre più strutturate e continua a crescere.

Dalla mobilitazione dei dipendenti durante le emergenze e i disastri naturali alle pratiche integrate come l’autorizzazione alla donazione di sangue, il volontariato aziendale sta assumendo forme sempre più strutturate e continua a crescere.

Nel 2025, 10.000 aziende in più vedranno i propri dipendenti coinvolti in attività di volontariato rispetto al 2024, con le piccole e medie imprese che guideranno una crescita significativa (+17,6%).

Tra questi, uno dei più preziosi è considerato quello che richiede la presenza di determinate competenze specialistiche, come quelle digitali, legali, organizzative e gestionali.

Lo studio Unioncamere Excelsior registra questo fenomeno per il terzo anno consecutivo, con 2.930 imprese che hanno partecipato ad attività di volontariato rilevanti nel 2025.

Di queste, circa 2.700 hanno meno di 50 dipendenti, in aumento rispetto ai 2.540 dipendenti dell’anno precedente.

«In alcuni casi sono le aziende stesse a decidere di sviluppare rapporti meno episodici con le organizzazioni del terzo settore, magari su richiesta del management o dei dipendenti», spiega Luigi Bova, presidente della Fondazione Terjus.

«In alcuni casi le istituzioni cercano aziende che possano fornire tecnologia anziché denaro». Un esempio è il Borgo Ragazzi Don Bosco di Roma, che lo scorso anno ha vinto un premio speciale.

I sogni non bastavano.

Avevo bisogno di strumenti concreti per costruire un business solido. In questo caso la Fondazione Ernst & Young ha deciso di sostenere il progetto fornendo professionalità e consulenza.

Nel 2025, 67.210 aziende con meno di 50 dipendenti avevano politiche di promozione del volontariato dei dipendenti.

Tra le grandi aziende il numero è quasi raddoppiato, arrivando a 8.340.

“È interessante vedere la crescita delle aziende con meno di 50 dipendenti”, afferma Bova.

“Ciò significa che non si tratta di un’esperienza limitata alle aziende multinazionali, ma che può essere inserita in una vasta gamma di strutture produttive”.

Se dietro questa scelta ci sono sicuramente ragioni etiche, c’è anche un elemento strategico. Le aziende miglioreranno in termini di reputazione e valore del marchio, miglioreranno la loro immagine presso i consumatori sempre più sensibili alla responsabilità sociale e riusciranno ad attrarre più facilmente giovani talenti attenti non solo agli aspetti economici ma anche all’impatto sociale del loro lavoro.

Non dimentichiamo la crescente attenzione degli investitori sui parametri ESG. I settori più colpiti sono quelli dei servizi, dove le competenze specializzate sono facilmente trasferibili.

Al primo posto troviamo i servizi ampi di supporto alle imprese (quasi il 10%), il commercio all’ingrosso (6,6%), il settore dell’assistenza medico-sociale e della sanità privata (6,3%).

Secondo la ricerca esiste inoltre un grande potenziale ancora inespresso: almeno un ulteriore 30% di aziende si dichiara disponibile a sviluppare forme di volontariato di competenza. «È un seme piccolo, ma che può diventare una realtà importante», sottolinea Bobba. A favorire questa diffusione potrebbe contribuire anche una maggiore conoscenza degli incentivi fiscali già esistenti. «Molte imprese – meno del 70% – non sanno che esiste una norma che consente la deducibilità fino al 5 per mille dei costi del personale impiegato gratuitamente presso un ente del Terzo settore», spiega. «Noi riteniamo però che sarebbe utile rafforzare ulteriormente questo strumento, portandolo al 10 per mille». Non si tratta soltanto di una collaborazione tecnica. Spesso, raccontano gli enti coinvolti, i lavoratori che partecipano a queste esperienze sviluppano un legame personale con la realtà conosciuta e continuano a impegnarsi anche al di fuori dell’orario lavorativo. Per questo il valore più interessante sembra nascere proprio dalla relazione reciproca tra imprese ed enti sociali. «Le esperienze migliori sono quelle costruite insieme», conclude Bobba. «Non è semplicemente l’azienda che arriva e risolve un problema. C’è una crescita reciproca, una vera e propria alleanza. E oggi anche gli enti del Terzo settore si rendono conto che, di fronte a bisogni complessi, non basta la buona volontà: servono competenze qualificate».

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